Bosco di Farazzano provincia di Forlì

Elemento acquatico, Elemento terrestre

5 Dicembre 2023

Le pianure alluvionali della Romagna: storia e curiosità!

Figlia dei fiumi che l’hanno strappata lentamente al mare, alluvione dopo alluvione; sedimenti che hanno riempito un vuoto: ghiaie, sabbie, limi e argille, clasti di dimensioni sempre più fini; terreni intrisi d’acqua in falde freatiche a profondità diverse, terreni fertili e capaci di sostenere foreste d’incredibile biodiversità. Queste è la pianura alluvionale, o quello che dovrebbe essere, dato che l’intensa attività antropica l’ha trasformata in distese di parcheggi, grovigli di strade, zone produttive senza confini, dove i fiumi scorrono a fatica e qualche volta osano perfino uscire dagli argini per gridare al mondo che quella terra è loro. Può sembrare strano, ma sotto questa coltre di sedimenti, scavando, scavando centinaia di metri, troviamo il nostro Appennino, semplicemente ricoperto,  con cime e vallate. 

Andiamo indietro di milioni di anni quando ancora la Pianura Padana era solo un ampio golfo cullato da Alpi e Appennini in formazione: quante montagne sono state limate per colmare quella vastità! Come non pensare alle ere glaciali capaci di abbassare il livello dei mari di decine di metri e portare il Po a sfociare in un Adriatico striminzito all’altezza di Pescara. Anche i nostri fiumi, come il Protobidente, erano allora affluenti del maggiore fiume italiano ed ecco perché non è un errore definire la pianura romagnola come propaggine meridionale del catino padano. Se durante una glaciazione, durata circa 100.000 anni, la situazione era quella illustrata, negli interglaciali, nettamente più miti e 10 volte più brevi, il mare risollevava la testa e invadeva le pianure costiere, ma nel frattempo una tundra spelacchiata lasciava il posto a maestose foreste di Farnie e Carpini. Specie amanti di suoli profondi e umidi, spesso allagati in quella distesa di fiumi senza barriere e capaci di creare, almeno stagionalmente vaste paludi.

Fino al Rinascimento le pianure romagnole erano ricoperte da boschi estesi, che ancora si riflettono nei nomi di località che ricordano specie di alberi diffusi, formazioni forestali importanti, definite selve. Carpinello, Villa Rovere, Selva di Ladino, Villa Selva e su tutti, Selbagnone dimostrano l’esistenza di una foresta molto estesa e intricata tutto intorno al corso del fiume Bidente. La denominazione Ronco arriva molto dopo, infatti il significato è quello di tagliare alberi per ottenere terreno coltivabile.

Lo strato archeologico romano dopo duemila anni si trova a 2-3 metri di profondità e l’agricoltura, ha avuto una prima espansione proprio al tempo dei Romani, come documentato dalle centuriazioni; dopo una lunga pausa medievale, l’agricoltura diverrà onnipresente negli ultimi due secoli, raggiungendo la massima espansione a metà del secolo scorso, quando la deforestazione raggiunge livelli parossistici, come ben documentato dalle foto e dagli scritti del grande Pietro Zangheri.

Oggi la grande pianura alluvionale – che puoi esplorare nel suo aspetto meno antropizzato nel percorso che porta all’acquedotto Spinadello – è inquinata, derubata dei suoi sedimenti, trascurata nella migliore delle ipotesi, richiede una rivalutazione affinché si possano affrontare le sfide del prossimo futuro senza doversi trovare sempre più spesso con l’acqua alla gola. In senso fisico ancor prima che in quello metaforico!



Scritto da: Stefano Raggi